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A tu per tu con Ninni Bruschetta, nelle vesti di Direttore Artistico del Teatro del Mela

Laboratorio 2014– di Antonella Trifirò Il sorriso, la battuta pronta, le sue origini messinesi. Sono tutti elementi che Ninni porta con sé, soprattutto nel contatto con i ragazzi che frequentano il laboratorio di recitazione del Teatro del Mela. C'è dunque il momento della concentrazione, del silenzio, che però viene smorzato dallo scherzo. Perchè, in fondo, "il laboratorio è una ricerca continua" e lo è anche di se stessi. Lo si avverte assistendo a uno degli incontri al teatro, dove, se non ti è mai capitato di appassionarti alla recitazione, provi un desiderio istantaneo di imparare qualcosa, di imparare a guardarti dentro. E impari anche che, come dice Ninni, ricordando la sua esperienza in "Boris", a essere premiati sono i lavori fatti bene, di qualità. Per il terzo anno Ninni Bruschetta, classe '62, regista teatrale, attore cinematografico e sceneggiatore, riveste il ruolo di direttore artistico del Teatro di Pace del Mela, con l'ambizioso progetto di farlo diventare un Teatro Stabile di innovazione. In coerenza con quest'ottica, la Stagione 2014 focalizza l'attenzione su un teatro moderno, innovativo, giovane e italiano. Ma le grandi potenzialità del Teatro del Mela volgono anche soprattutto nella direzione della produzione perchè, invece di essere un semplice contenitore di spettacoli, questo teatro può aspirare a presentarsi sul territorio nazionale come un VERO teatro, che - come afferma Ninni - crea lavoro "in un momento in cui il lavoro non si può che considerare una ricchezza".

 

Quali sono gli obiettivi del laboratorio?

Forse la parola "obiettivo" è la più distante da un laboratorio, perchè la grande chance del laboratorio è proprio la libertà di non avere un obiettivo. Il problema essenziale del teatro è il debutto, che è in qualche modo la morte dello spettacolo: lo spettacolo finisce quando debutta, perchè la cosa più importante è la prova. Il laboratorio è una ricerca continua, che procede ignorando programmaticamente il momento della messa in scena. Quando il laboratorio è finalizzato anche alla messa in scena dimostrativa, diventa automaticamente spettacolo. Quindi il laboratorio stesso viene condizionato dalla preparazione dello spettacolo e da tutte le caratteristiche tecniche che attengono a quella messa in scena. Ma io direi: guai se non fosse così! Quando il laboratorio non ha almeno questa gabbia, diventa troppo libero, e produce guru e discepoli piuttosto che un'idea lavorativa. Il mio progetto, soprattutto qui, è un progetto moderno, ed è quello di costruire lavoro, perchè il problema più grande in questo momento è che non c'è lavoro. In un momento in cui le questioni teologiche non sembrano essere più un problema, c'è una chiesa modernissima, con questo papa geniale, e questo è un grande passo avanti, la questione grave resta il lavoro. Allora è inutile fare uno spettacolo che parli del fatto che non c'è lavoro, abbiamo piuttosto il dovere di creare lavoro, e il laboratorio è il primo passo per fare questo. Poi l'attività di laboratorio si può tradurre in attività di produzione, e anche di formazione, infatti c'è l'idea di fare in futuro anche un laboratorio di scenografia e di scenotecnica o qualcosa sul cinema. Sempre cercando di stare con i piedi per terra. Perchè, purtroppo, a causa della televisione, la gente pensa che essere attore sia diventare famoso, che questo mestiere significhi avere successo, invece questo è un mestiere che è molto artigianale. Nelle città simbolo come Napoli, Catania, si può fare l'attore e non mettere piede fuori dalla propria città, perchè ci sono decine e decine di teatri che producono, così come in Emilia Romagna ci sono delle realtà più grosse, che creano indotto.

 

Qual è stata la risposta del territorio?

La risposta c'è sempre perchè comunque fare l'attore è visto sia come un'aspirazione, che come un passatempo, per fortuna. I migliori attori sono i dilettanti, io con loro mi esalto perché c'è gente che ha veramente molta passione. Ma i risultati importanti si hanno anche quando si fa formazione sui mestieri del teatro, che sono per esempio: l'elettricista, lo scenotecnico, il lucista, il fonico. Poi adesso, noi abbiamo anche l'esigenza di aggiornarci. Quando riusciremo a fare questo tipo di formazione e poi produrre uno spettacolo con le nostre forze, con quello che abbiamo qua, come U pisci stoccu a ghiotta, che è stato in tournee fino alla settimana scorsa e ha avuto un successo pazzesco, allora avremo dei buoni risultati, come produrre uno spettacolo nostro che possa circuitare.

 

In questi anni c'è stata una crescita? Soprattutto a livello laboratoriale?

Per quanto riguarda i ragazzi sì. Il pubblico è stato sempre di un certo livello qui, perchè comunque il teatro ha avuto sempre delle buone stagioni. Un pò diverse da quelle che faccio io, ma buone. Non avevo mai visto questo teatro ma ci avevo fatto due spettacoli. La gente ha il palato raffinato, è un pubblico molto educato, come di solito è prerogativa dei paesi, a differenza delle città. Sono fiducioso, bisogna lavorare molto, soprattutto bisogna che chi lavora sul territorio diffonda molto il fatto che c'è una chance, che c'è un posto. Ci vuole gente che abbia interesse a portare avanti la baracca. Se io vivessi a Pace del Mela verrei qui ogni mattina, come facevo quando ero direttore artistico al Teatro di Messina.

 

In che modo si può attirare maggiormente un pubblico giovane?

Il lavoro sul pubblico giovane è difficile a prescindere, perchè il teatro non è una cosa per giovani. Il teatro è per appassionati, ci vanno quelli a cui piace il teatro. Ciò non toglie che si possano fare dei programmi in cui si presti attenzione ad alcuni aspetti. Adesso ci sono tre possibilità di intercettare il pubblico. La più vecchia e sempre più debole è il metodo dei nomi.Il teatro non è più un'attività di successo e quindi i nomi del teatro sono conosciuti solo da chi va a teatro. Per cui, oggi come oggi, scegliere uno spettacolo perchè c'è un attore famoso diventa una contraddizione in termini, perchè i direttori dei teatri ritengono famosi alcuni attori. L'attore di teatro va scelto perchè è bravo, perchè lo spettacolo è bello, e basta. Se si fa un lavoro a tappeto sulla qualità degli spettacoli, nel tempo, questa cosa si comincia a leggere e interpretare. Perchè c'è un pubblico medio borghese che sente il teatro come luogo di cultura ma anche come luogo di elevatura sociale. Questo, per fortuna, abitua a essere spettatori teatrali. La pubblicità del teatro aumenta ed è efficace quindi, in maniera proporzionale alla qualità degli spettacoli che si propongono (sostiene Ninni). Un altro aspetto importante è quello di usare i veicoli storici del teatro più la rete. Perchè la rete funziona sempre, però bisogna anche saperla interpretare.Perchè sulla risposta che si ha ad esempio tramite Facebook, bisogna considerare un rapporto di 1 a 100. Se io ricevo 100 feedback sulla rete, devo considerare che solo una di quelle persone verrà al teatro. Perchè una cosa è cliccare 'invio', un'altra è vestirsi, prendere l'auto, mettere i soldini in tasca e andare a vedere uno spettacolo teatrale. Infine, l'affissione murale è tutto per il teatro. La pubblicità sui giornali non serve a niente. Ad esempio a Roma, molti messinesi trasferiti lì, hanno visto lo spettacolo perchè hanno notato il manifesto con il titolo "U pisci stoccu a ghiotta".

 

Sin dall'inizio della tua carriera hai prediletto temi di valenza sociale. Da cosa nasce questa scelta?

Alla fine il teatro E' civile. Cioè la dizione 'teatro civile' è una sciocchezza, perchè l'etimologia del termine corrisponde alle caratteristiche del teatro. In più, quest'abuso di classici, ma anche di teatro vecchio, è una prerogativa solo italiana. Molto borbonica, vecchia, forse anche post clericale, se vogliamo. Il teatro E' il teatro contemporaneo. I grandi registi internazionali nascono tutti dal teatro contemporaneo. La Francia, l'Inghilterra, la Spagna, producono quasi esclusivamente teatro contemporaneo. Tutto quello che è teatro è civile ed è contemporaneo perchè parla dei problemi di quel momento.

 

Come reputi il dilagare in tv di fiction dedicate alla mafia?

Questa è una cosa molto complessa, perchè il discorso viene fatto sempre in un modo superficiale. C'è chi dice che queste cose possano fare innamorare dei cattivi, quindi dei personaggi negativi. Ma, quello che è veramente negativo, invece, è quando la fiction sulla mafia non affronta il problema, e questo non è un aspetto del racconto, è un aspetto tecnico. Se si racconta la mafia facendo capire che ci sono i cattivi e i buoni che li inseguono è chiaro che la gente stia con i cattivi, perchè questi sono più fighi, il diavolo è più attraente dell'angioletto, è normale che sia così. La grande chance sarebbe realizzare delle fiction televisive che parlano principalmente di mafia, ma che abbiano una morale.
Ninni fa qui, infine, riferimento, in particolar modo, alla fiction che sta andando in onda su Canale 5 in queste settimane: "Le mani dentro la città", in cui, spiega l'attore, l'ammonimento viene dato tramite il fatto che i giovani ndranghetisti parlano in milanese. Questo, conclude, è un dettaglio importante per far capire che è la mentalità che ha trovato terreno fertile e che si è radicata anche a Milano, e non semplicemente i calabresi che si sono spostati lì.